Blind interview con il Puer

“Inoltre è tale il tenore di queste nostre epistole, ossia prefazioni, che il far ciò ci pare consentito, se non altro per il motivo che, pur facendo mostra di scrivere privatamente a una sola persona, in realtà scriviamo pubblicamente a tutti coloro che vorranno leggerci con benevolenza. Per la stessa ragione ci sembra lecito, rivolgendoci al destinatario del nostro scritto, dire qualcosa a mo’ d’introduzione circa le opere alle quali premettiamo siffatte lettere o prefazioni; e ciò non per insegnargli alcunché – sarebbe invero presunzione -, ma perché si faccia al tempo stesso difensore e giudice dell’opera nostra.” (Aldo Manuzio a Andrea Navagero, marzo 1514)

Magritte-La-reproduction-interdite (1)

Sylvie Contoz «La bomba voyeur: Autobiografico?»
Alfredo Zucchi «Alla maniera di Bolaño sì.»

S.C. «Ombelicale?»
A.Z. «Per niente, speculativo invece.»

S.C. «Speculativo sul presente o in senso assoluto? (questa è difficile a ben guardare, perché spesso si suppone un’aderenza tra i due senza che ci sia effettivamente).»
A.Z.  «È difficilissima. C’è un principio ucronico, quindi direi speculativo in senso assoluto.»

S.C. «Se dovessi individuare la percentuale distopica sul totale del romanzo?»
A.Z. «La distopia emerge nell’ultima parte del romanzo, quindi a naso direi 15%.»

S.C. «Immanente o trascendente?»
A.Z. «Immanente, ma la natura del 15% di distopia è trascendentale.»

S.C. «Est o Ovest?»
A.Z. «Ovest – che pare sempre stia là per tramontare e crollare e invece non si toglie mai di mezzo.»

S.C. «L’uomo o l’ideale?»
A.Z. «L’animale.»

S.C. «Gli animali che amiamo di Volodine o Sapiens di Harari?»
A.Z. «Il fenotipo esteso di Dawkins.»

S.C. «Preda o predatore?»
A.Z. «Ci sono due voci, e sembrano interpretare l’una la preda, l’altra il predatore. Poi però il desiderio ribalta la cosa.»

S.C. «Una narrazione dialettica, dunque. Questo ribaltamento ricorda la dinamica hegeliana del servo e del padrone. La struttura della narrazione è lineare o circolare?»
A.Z. «C’è un elemento di circolarità che non è legato alla cronologia degli eventi ma alla possibilità di raccontarli. Come nel circolo ermeneutico, il contenuto contagia il contenitore: è lo sclero circolare.»

S.C. «Prevale il tempo della storia o il tempo del racconto?»
A.Z. «Tempo del racconto fin dove è possibile.»

S.C. «Nel tuo romanzo lo sclero circolare abita il tempo come lo spazio?»
A.Z. «Manipolare il tempo è più semplice, solo Moresco ha scritto un’opera einsteiniana vera e propria, I canti del caos, in cui un termine implica necessariamente l’altro (spaziotempo).»

S.C. «Parlami invece del rapporto con la tua città natale.»
A.Z. «Napoli è l’idea che qualunque cosa possa accadere in qualunque momento.»

S.C. «La tua è una città di narrazioni importanti: penso alla Ortese, a Il sangue di San Gennaro, a Malaparte, Franchini, Montesano per citarne solo alcuni. Ci sono narrazioni che ti sono rimaste addosso?»
A.Z. «Ci sono grandi autori (Malaparte, La Capria) che sono riuscito a godermi solo tardi – ho passato l’adolescenza a negare lo stereotipo Napoli, l’oleografia, Pulcinella etc. Mi è sempre piaciuta invece la lingua, l’atmosfera della città, la musica – cioè la strada, il bordello, alto-basso, antico-nuovo: metodo mitico puro.»

S.C.  «A proposito della lingua, mi chiedevo in che modo il tuo trasferimento all’estero abbia o meno influito sul tuo linguaggio.»
A.Z.  «Ha influito molto – è un fatto di margini: chi non affonda in un’altra lingua non conosce i limiti della propria.»

S.C.  «In che lingua sogni?»
A.Z.   «Non lo ricordo.»

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