Demoni

di Luca Mignola

Occasione: Salerno, 23 giugno 2018. Tempio di Pomona. Interviene Antonio Moresco, presentazione del libro L’adorazione e la lotta.

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Col supporto della memoria e di qualche appunto, il momento d’impatto è il dirimere un dualismo, che è specchio del nostro tempo: fiction e autofiction – il tono di Moresco è polemico, lo dice continuamente: per me la letteratura è lotta – che cosa rappresentano? Che cosa ci dicono in più, che cosa aggiungono alla letteratura? Niente (si vede che Moresco nelle sue peregrinazioni deve aver conosciuto il Commando Interpolazioni). “Finzione” e “autofinzione”, tradotte – dico io – sono ancora più ridicole.
Allora Moresco suggerisce delle varianti: prefigurazione, invenzione, profezia.

Più tardi a casa.
Ci penso. D’altronde in letteratura latinoamericana, mi dico, si usa con naturalezza il termine ficción come letteratura, nel dualismo realtà/finzione che la attraversa come il problema almeno fino a Bolaño.
Il dualismo, però, – dice Moresco – è un monismo (qui penso di nuovo a Bolaño e mi commuovo). Esempio illustre: La metamorfosi di Kafka. Ciò che percepiamo come “finzionale” è prefigurazione del “reale”, invenzione e sua profezia. Ciò che vede lo scrittore sono i possibilia, non solo le sfumature, le grane diverse che la realtà ci suggerisce.
Ci penso ancora. È un assillo, un’ossessione e un tormento. Fiction e autofiction sono gabbie intorno alle quali, come nel racconto di Kafka Un digiunatore, si accalca il pubblico, cui sta bene qualsiasi cosa il direttore del circo gli proponga. Poco importa se la sofferenza del digiunatore sia vera o falsa, poco importa perché il fine di quel digiuno, le conseguenze di quel digiuno, saranno in entrambi i casi fiction del digiunatore e autofiction del digiunatore, e quando questi muore, ecco un altro spettacolo in gabbia. Uno spettacolo fine a se stesso.
Dentro mi si agita il demone della filologia. Devo tenerlo a bada. Sta’ zitto, gli dico (mi dico, il demone è dentro di me ed è me). No, non posso. C’è anche la via della finzione, attraverso l’analisi della parola, andando alla sua radice: fingo è “formare, creare, plasmare”. In una parola la funzione dell’arte: inventare l’opera. Perché questo aspetto pare ignorato? Forse che la lingua italiana si corrompe ormai così facilmente? Accetta il forestierismo e da qui si definisce? E definisce chi o che cosa? Se stessa e la sua letteratura? O si adegua al mainstream, al prodotto massificato, orizzontale (Moresco: la letteratura deve essere verticale, per affondare nella cruna della ferita)?
Non trovo pace (perché dovrei, in fondo?). Vado con la memoria a un passo de Gli increati (pag. 999), lo apro e qui mi fermo, concludo:

«E allora tutta la storia umana cos’è?» sento che sta incontrollabilmente dicendo un’altra voce, quella del distruttore, mi pare. «Perché, se io ho portato la distruzione per poter perpetuare la creazione, se ho portato la creazione per poter perpetuare la distruzione, ma se adesso la creazione e la distruzione si trovano di fronte all’increazione, allora tutta la storia umana cos’è? È alle soglie della sua fine e del suo salto di specie, di quello che le appare come un salto di specie, o è da tutt’altra parte, in un’altra dimensione, dove si crea ciò che qui si distrugge, dove si distrugge ciò che qui si crea, dove si increa ciò che qui si crea e si crea cià che qui si increa? […]»

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