Laboratorio #1: intorno alla definizione del male

Questo testo nasce come un approfondimento ulteriore, uno scolio o uno spruzzo metonimico laterale – non per questo gratuito – rispetto all’articolo Bolaño. La letteratura nazista in America, scritto e pensato insieme a Federica Arnoldi. Questo va con quello, il simile conosce il suo simile e tutto, certo, è illuminato: chi è causa del suo mal pianga se stesso.

 ***

Cominciamo da Bataille.
Dal saggio su Cime tempestose in La letteratura e il male: il male è legato all’impossibile e alla morte. È legato all’impossibile: siamo già nel dominio della letteratura fantastica – quell’attitudine fondamentale volta a indagare (a esondare) i limiti del reale. La volontà d’impossibile è una sorta di trasgressione, di rifiuto dei limiti dentro i quali si svolge, di volta in volta, la vita, all’interno di contesti socio-politico-economici specifici: questo vuol dire che l’orizzonte del male (dell’impossibile) si muove. Vediamo come quest’idea si connette immediatamente a quell’attitudine irriducibile, fanatica, intransigente, kamikaze, dei poeti nazisti di Bolaño.
Il male è legato alla morte; la morte è la verità della vita. Affondare, in letteratura, in questo tema, vuol dire precisamente esercitare l’attitudine che Borges (e poi Kiš) definiscono fantastica o speculativa: andare dritti all’essenziale. Andare dritti all’essenziale vuol dire maneggiare forme originarie, archetipiche; ma la rincorsa all’originario si mostra presto come un circolo senza inizio né fine: un buco vuoto; idee senza parole. Stiamo dunque girando lì dentro: il male si lega essenzialmente al pericolo, al pericolo di cadere nel buco vuoto e non fare più ritorno; cadere cantando nel buco vuoto è il nostro amuleto: la morte è la verità della vita.
Di fatto, il gesto del fanatico – il gesto vano – non è immorale: presuppone al contrario una “ipermorale” nelle parole di Bataille, il quale cita Jacques Blondel: questo gesto è un atto di liberazione; tale liberazione “può essere provata in forma più intensa da coloro nei quali i valori etici sono più tenacemente radicati” (La letteratura e il male, SE, 2006, p.22).

Bataille Lett e il male

In questo quadro, Nietzsche introduce una variabile fondamentale: lo sguardo neutro della conoscenza: il male non è propriamente l’impossibile; la morte, nella visione tragico-dionisiaca, non è la verità della vita ma la sua celebrazione; il nulla stesso, il vuoto stesso, è una festa: questo è il messaggio di Dioniso, e di Zarathustra, al mondo; è un messaggio che Ralph Waldo  Emerson ha veicolato, che viene da lontano, da una certa attitudine speculativa orientale, per cui ogni ente, e finanche ogni pensiero, è una benedizione come tale, per il fatto stesso di esistere e venire allo scoperto. Ho detto prima dello sguardo neutro: è scorretto. Lo sguardo che si sforza di essere imparziale[1] – come un limite, un traguardo, una forma di rettitudine morale (solo nella spinta verso la conoscenza, secondo Nietzsche, si dà rettitudine morale: è una spinta ad accogliere il conflitto e la lotta indipendentemente dal ritorno utilitaristico, a non negarsi mai, nella conoscenza, quelle conclusioni che fanno male o feriscono o uccidono: la natura non ha intenzioni, non è né buona né cattiva, è). Se lo sguardo intende non precludersi alcuna conclusione, né soprattutto quelle conclusioni che feriscono (perché: increscunt animi, virescit volnere virtus: “gli animi si fanno più forti, la ferita stessa nutre la vita e la forza e la spinta”) allora quell’impossibile che Bataille ha chiamato il male, in Nietzsche diventa il divieto: l’insieme di norme che vietano di volta in volta allo sguardo di affondare in luoghi che sembrano preclusi; precludere normativamente allo sguardo di affondare in orizzonti inesplorati, in Nietzsche, è il peccato mortale, è una bestemmia contro la vita; eppure spesso, quando lo sguardo affonda in quegli abissi, esperisce la morte; ma la morte è la festa della vita. Nitimur in vetitum, dice Nietzsche, padre degli irriducibili: affondiamo proprio là dove la legge impone di non andare. Si tratta di un circolo – tuttavia la menzione della legge introduce nel nostro discorso il dottor Kafka.

 

Aurora

La legge in Kafka è la Legge. Calasso vede in questa semantizzazione (in questa lettera maiuscola) una forte traccia di ebraismo. Io mi rifiuto di essere razzista fino a questo punto.
“Io voglio essere libero”, dice K. nel Castello mentre va esperendo ogni fenomenologia della costrizione che la Legge gli mette davanti. La Legge è prima di tutto mistero, buco vuoto senza origine; i suoi dettami oscuri: obbedire, non – capire. K. è indomabile nella lotta – fino alla stupidità alienata – eppure non rifiuta la chiamata della Legge con un gesto di rottura eclatante. K. non è un kamikaze, è un digiunatore: la sua lotta contro la Legge è una pratica di estenuazione; è interiorizzata in tutto e per tutto. La lotta si svolge dentro, è l’avventura statica e si gioca sulla lunga distanza: il gesto del martire kamikaze priverebbe il digiunatore delle torture e delle delizie che la Legge – che la lotta stessa – gli somministra poco a poco, rigorosa nella sua imprevedibilità. Si manifesta qui dunque un principio – per quanto masochistico – di mediazione.
Inoltre il male, che abbiamo chiamato impossibile e morte e poi divieto, si manifesta anche come casualità pura, il caso stesso – l’occhio di Klamm.

Digiunatore

Qui – qui: se mettiamo a reagire caso, conoscenza, impossibile, morte e divieto – entriamo in nel dominio dell’epistemologia del microscopico. Dice Nietzsche: “solo ciò che non ha storia si può definire”. Secondo il fisico Martin Bojowald, quest’affermazione ha un valore analogo al principio di indeterminazione di Heisenberg, secondo il quale per ogni misurazione, nel microscopico, è impossibile afferrare esattamente tanto la posizione come la velocità di una particella. È impossibile perché lo sguardo non è neutro. Questa non-neutralità non è un principio astratto, ma molto concreto: l’atto stesso di osservare qualcosa, nel microscopico, muove particelle di luce; questo movimento rende impossibile l’idolo dell’esattezza, perché letteralmente sposta l’oggetto osservato. Di fatto, nel mondo del microscopico, le categorie della verità e della possibilità – entrambe – si trasformano, mutano nell’unica categoria che questo mondo ammette: la probabilità.
Ho scritto qui come e perché la scienza del microscopico rappresenti, dopo l’archivio e l’erudizione, la forma moderna del fantastico. Non solo le leggi del microscopico (relazionalità, granularità, indeterminismo) trasformano drasticamente i contorni di ciò che fino a poco prima si chiamava mondo, natura e legge; esse trasformano anche quei concetti di cui abbiamo discusso finora in merito al male: l’impossibile diventa meramente probabile; il confine stesso tra vita e morte è smarginato: il gatto di Schroedinger, in ogni istante, è vivo o morto; se io conoscessi, in un dato sistema chiuso, tutte le variabili in gioco, potrei evitare l’inevitabile – potrei persino invertire la freccia del tempo. Se i confini tra vita e morte crollano – in teoria, nel microscopico –; se quelli tra possibile e impossibile, lecito e illecito, crollano: cosa resta di quello che abbiamo chiamato male? La risposta è gloriosa: non ne resta assolutamente niente. Tuttavia qualcosa resta: un continuo, potenzialmente infinito, girarsi intorno delle cose, un continuo susseguirsi di eventi che un occhio si ostina a osservare – senza poter più pretendere di giudicare dal di fuori. Resta dunque un unico buco vuoto – e quell’occhio ci sta dentro, ne fa parte, è una goccia infinitesima nel mare delle parti. Quel buco vuoto però non è mortifero, è puro spazio, è pura probabilità che qualcosa accada.
Di colpo il kamikaze, il folle, il digiunatore perdono quella radicalità che li contraddistingueva: essi semplicemente danzano insieme alle altre cose – una danza i cui passi essi muovono ogni volta sospinti da un ritmo che li precede e li supera.

Vuoto

***

E Parmenide dimostra allo stesso modo (di Empedocle):
“Come infatti ogni volta si ha combinazioni di parti molto modulate,
così il pensiero (νόος) viene in mente all’uomo: infatti in tutti gli uomini
e in ogni cosa la natura (φύσις) delle parti è la cosa stessa
la quale propriamente pensa: infatti l’insieme delle parti (τὸ γὰρ πλέον) è il pensiero (νόημα)”.
(Aristotele, Metafisica [sic], IV libro)

 


[1] “Knowledge is situated but not less objective”. Cfr. qui.

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