Crimini formalisti #5

L’arte di smarcarsi (in tre passi e mezzo)

Dire che il soggetto su cui operiamo in psicoanalisi non può essere che il soggetto della scienza, può passare per un paradosso. Tuttavia è qui che va operata una demarcazione, senza la quale tutto si mescola e inizia una disonestà altrove chiamata oggettiva: ma è per mancanza di audacia e per non avere reperito l’oggetto che fa cilecca. Della nostra posizione di soggetto siamo sempre responsabili. Lo si chiami, dove così si vuole, terrorismo. Ho il diritto di sorridere, giacché non è in un ambiente in cui la dottrina è apertamente materia di negoziato, che potrei aver paura di offuscare qualcuno se formulo che l’errore di buona fede è fra tutti il più imperdonabile.
La posizione dello psicanalista non lascia scappatoie, perché esclude la tenerezza dell’anima bella. E se anche è un paradosso dirlo, si tratta forse del medesimo.
(Jacques Lacan, “La scienza e la verità”)

Parlando del metodo formale e della sua evoluzione, non bisogna mai dimenticare che molti principi avanzati dai formalisti negli anni di contesa accanita cogli avversari avevano un valore non soltanto di principi scientifici, ma anche di slogan inaspriti fino al paradosso a scopi propagandistici e di lotta.
(Boris Ejchenbaum, “La teoria del «metodo formale»”)

il-motto-di-spirito

I do what I do.
(Kobe Bean Bryant, datazione incerta)

Es increíble que ustedes hablen de Borges como si fuera un escritor del siglo XIX, cuando ciertos lectores de escuela, digamos, estructuralista (vamos, no me hagan hacer eso: Foucault, Lacan, Genette, ¿qué quieren?) se interesan en él precisamente por el desvío que provoca su literatura: en el centro de la escena ya no está el hombre, sino otra cosa: el lenguaje, otra fuerza –  Tlön. En cambio ustedes hablan de escritores (o sea de hombres y mujeres, de sujetos, de ordenes de causalidad) como si fuera el siglo XIX – qué digo yo, ¡como si fuera el puto siglo de oro!
(Registrazione anonima, Mar del Plata, 1995)

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